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LA SORPRESA DEL MC DONDALD’S

9 Maggio 2021

Nella mia famiglia non ci sono mai stati tanti soldi, ma c’è sempre stato tanto amore ed io mi sono sentita sempre ricca per questo. Uno dei miei momenti preferiti dell’infanzia era quando mamma e papà mi portavano da McDonald’s, una volta al mese, il sabato sera dopo aver preso lo stipendio. Era un sabato sera molto diverso da come intendiamo sabato sera adesso. E anche McDonald’s era molto diverso da come è ora: luminoso, colorato, caotico, divertente, molto più simile a una ludoteca che a un finto ristorante. Io ero così piccola che non arrivavo neanche al bancone per vedere la signorina che prendeva le ordinazioni: ricordo l’atmosfera calda che odorava di fritto, le luci al neon, le immancabili macchie appiccicaticce di coca cola che qualcuno aveva inevitabilmente fatto cadere per terra, i vassoi marroni, il dispenser dei fazzoletti e delle cannucce e, ovviamente, lei: la vetrinetta. Nell’angolo, a destra delle casse, c’era la vetrinetta, dove esponevano tutte le sorprese che uscivano dall’Happy Meal quel mese, quelle per maschietti e quelle per le femminucce. C’erano i Mio Mini Pony, le Barbie, gli Animaniacs, Space Jam, Alladin, La Bella e la Bestia e tutti i protagonisti dei cartoni più recenti e in voga. Io ovviamente volevo sempre le sorprese da “femminuccia”, perché erano più belle e rappresentavano i personaggi che più amavo. A quei tempi non mi rendevo conto di quanta forza e coraggio dovesse costare ai miei genitori rispondere “È maschietto, ma vuole quella da femminuccia” quando il cassiere gli chiedeva che sorpresa preferissi. Non capivo che dolore potesse essere per loro il mio essere me stesso, senza neanche accorgermene, quando la gente mi guardava male, o magari rideva di me perché ero un bambino effemminato, di buone maniere, educato, diverso dagli altri miei coetanei che giocavano a pallone o a fare la guerra e chiedevano le soprese da maschietto, quelle di Action Man o delle Tartarughe Ninja.

Una volta mio zio mi regalò una bellissima polo rosa di Benetton con dei calzoncini a quadroni in tinta, e anche se a me piaceva tantissimo mi vergognavo ad indossarla perché sapevo che mi avrebbero chiamato ricchione e a mia mamma sarebbe dispiaciuto tanto. Mi hanno fatto crescere con l’idea che fossi sbagliato, che qualcosa non andasse in me, quando io mi sentivo un’anima libera, pura e spensierata, e quando il Sabato sera andavo da Mc Donald’s con i miei genitori – tutti in tiro e con le scarpe che si illuminano quando cammini, con i nostri vassoi pieni e la mia sorpresa da femminuccia – e salivamo al piano di sopra facendoci strada tra la ressa, per sederci al primo tavolo disponibile su quei grossi divanetti di vinile imbottiti e malconci –  io mi sentivo la persona più felice del mondo.

A volte non c’erano i soldi per andare da McDonald’s, così mamma si portava la scatola dell’Happy Meal a casa, il bicchiere di carta della Coca Cola, persino il sacchetto per le patatine, e il Sabato faceva la mia “serata Mc Donald’s” in casa, con l’hamburger cucinato da lei nelle pagnottelle e le immancabili patatine fritte, e non mancava mai di metterci dentro anche una vecchia sorpresa del Mc Donald’s che non era “da maschietto” o “da femminuccia”, ma era mia e basta.

Io e mia madre siamo uguali: abbiamo la stessa mascella forte, i capelli folti, gli occhi scuri e intensi come il caffè. Siamo due Scorpioni che attaccano per difendersi. Siamo molto timide, insicure, non siamo diplomatiche, non sappiamo parlare, e quando lo facciamo, sbagliamo, ferendo o offendendo le persone che amiamo. Eppure non potremmo essere più diverse di così: ad esempio, quando c’è da uscire io ci metto ore a prepararmi, truccarmi, scegliere cosa mettere, lei invece è sempre pronta, si dà una spazzolata veloce ai capelli, si infila la giacca ed è sempre la prima ad aspettare davanti la porta. Lei ha quel lato svelto e pragmatico che a me manca, e che le invidio. Sapeva aggiustare tutto in casa, dalle prese della corrente agli scaffali rotti; la chiamavo McGuyver perché aveva sempre in mano un giravite o un martello, e riusciva a costruirci cose meravigliose con le sue mani, a rimettere in sesto vecchi abiti o giocattoli, a cucire un orsetto o a costruire un terrario. Non c’era una cosa che mia mamma non sapesse fare. Lei era felice quando ero felice ed era triste quando ero triste. Sono fatti così, i genitori. A loro basta poco per essere felici: una parola, un gesto, una telefonata, una frase scritta velocemente su un pezzo di carta. Forse questo è quello che dovremmo imparare da loro. Forse è questo l’amore. A volte penso quanto tempo e energie ho sprecato per rendere felici persone che, col tempo, si sono dimostrate non meritare nessuno di quegli sforzi. E quante volte, invece, non ho chiamato mia madre perché mi scocciavo, perché non avevo tempo, o voglia, o perché l’avrei chiamata poi. È incredibile come possiamo essere tanto buoni e generosi con degli estranei, e poi diventiamo meschini con i nostri stessi genitori.

Mi chiedo quante volte i miei genitori non hanno dormito per venirmi a prendere da una festa. Quante volte mia mamma sarà stata con le mani nell’acqua gelata per lavarmi i vestiti che volevo assolutamente mettere quella sera, quante volte le si chiudevano gli occhi mentre mi cuciva l’orlo di un pantalone, quante volte magari si scocciava di cucinare ma lo faceva lo stesso per far mangiare noi, quante volte doveva trovare modi nuovi di intrattenerci per farci passare le giornate, quante volte – il 5 Gennaio – sarà stata così stanca da non reggersi in piedi, ma aspettava comunque che ci addormentassimo per appendere le calze della Befana ai nostri letti. Mia madre è sempre stata lì, di qualunque cosa avessi bisogno. Che fosse una parola, un abbraccio, un consiglio, un aiuto morale o materiale, un passaggio. Lei c’era. Sempre. Anche quando non me lo meritavo. Anche quando le urlavo contro. Lei incassava i colpi sommessamente, senza dire niente, ma chissà quante volte avrà pianto da sola per non farsi vedere; quante volte deve essere stata in pensiero, preoccupata, ferita da qualcosa che magari avevamo detto o fatto, dando per scontato che lei fosse lì anche per quello, perché era nostra madre, ed egoisticamente ci preoccupavamo di come ci sentivamo noi e non di come si sentiva lei. Di quante volte ho pensato di essere in guerra con mia madre perché era contro di me, per poi capire che è una stronzata, perché le mamme stanno sempre dalla parte dei figli.

Sicuramente ci saranno una schiera di bigotti e di psicologici e quant’altro che si chiederanno se i miei genitori avessero bloccato sul nascere queste mie inclinazioni oggi non sarei trans. Signori miei, dall’alto dei miei 32 anni e della mia esperienza personale, vi dico che non solo sarei comunque trans, ma sarei una persona fortemente disturbata, depressa, repressa e malata. Ma, soprattutto, sarei infinitamente infelice.  

Spesso mi dicono che sono una donna forte e coraggiosa e probabilmente è così, e lo devo anche a mia mamma. Se oggi sono come sono, se sono una guerriera, un’amazzone, è anche grazie a mia madre, che ancor prima di me ha combattuto per me. Che avrebbe fatto di tutto per rendermi felice, anche andando contro se stessa. Che chiedeva la sorpresa del Mc Donald’s da femminuccia per suo figlio, a testa alta, fregandosene di quello che avrebbe detto la gente.

Grazie mamma!

enrica scielzo

“Dentro ti amo e fuori tremo.”